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I mali dell’Italia hanno origine dall’unità

5 maggio 2010 Nessun commento

La lettera di Ettore Beggiato a “Il Giornale di Vicenza” sulla ricorrenza del 150esimo dell’unità d’Italia.

da “IL GIORNALE DI VICENZA” di mercoledì 5 maggio 2010 – La lettera del giorno

Egregio Direttore,

il sig. Mariano Professione nella lettera pubblicata sul Giornale di Vicenza il 29/4 parla dell’unità d’Italia come di un bene “insostituibile, irrinunciabile e non negoziabile”, concetti che stanno alla base delle manifestazioni previste per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia che, se posso, mi sembrano caratterizzate da una retorica francamente eccessiva e ingiustificata.
Innanzitutto, l’unità d’Italia non è un dogma di fede, perché è questo quello che si sta tentando di far passare.  Niente di più sbagliato. Quella che oggi si chiama Italia, e che io preferisco chiamare Stato Italiano, ha subito nel solo novecento una serie notevole di sconvolgimenti, dall’annessione di una Terra in larghissima maggioranza di cultura e di lingua tedesche (il Sud Tirolo), alla dolorosa perdita  di terre come l’Istria e la Dalmazia nelle quali la bandiera della Serenissima Repubblica Veneta aveva sventolato più di qualsiasi altra.

Voglio dire che lo Stato Italiano, come tutti gli altri stati, sono entità dinamiche che come tutte le cose terrene possono  essere messe in discussione, naturalmente in modo democratico e pacifico.
Alla fine dell’ottocento c’erano nella vecchia Europa una ventina di stati; oggi sono più del doppio.
E si badi bene, non c’è solo l’esempio drammatico e da condannare, senza se e senza ma, della Jugoslavia, ma ci sono esempi di grandissima civiltà come quello della Cecoslovacchia, dove  in maniera pacifica e democratica hanno pensato bene di costituire due paesi liberi e sovrani, la Repubblica Ceka da una parte e la Slovacchia dall’altra. Con soddisfazione di tutti, tra l’altro…eppure fino a ventanni fa sarebbe stata impensabile una cosa simile, come sarebbe stata impensabile, fantapolitica la ricostituzione delle tre Repubbliche baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia).

E se proprio dobbiamo ripensare a come è stata fatta l’Italia, ripensiamolo in termini critici e non patriottardi.
E’ possibile che a nessuno venga in mente che i tanti e tanti mali che affliggono l’attuale Stato Italiano hanno origine proprio nel come è stata fatta l’unificazione? Con una logica imperialista da parte di casa Savoja, con una serie di annessioni che come nel nostro Veneto poggiavano su plebisciti truffa, con un totale spregio della storia, della identità, delle potenzialità dei singoli popoli che venivano a comporre il Regno Sabaudo, con una serie spaventosa di massacri soprattutto nel sud di gente che non ne voleva sapere di essere “liberata” da figuri come Garibaldi e Bixio: è questo che va ripensato e analizzato in termini moderni, altro che l’ottocentesca retorica patriottarda !

E per quanto riguarda la nostra Terra veneta, ricordo che l’annessione del Veneto all’Italia è datata 21-22 ottobre 1866, e che quindi, se la matematica non è un’opinione, nel Veneto non c’è nessun centocinquantesimo da festeggiare; non parliamo delle condizioni del nostro popolo all’indomani dell’arrivo dei “liberatori” sabaudi: fame e disperazione come mai nella nostra storia e l’inizio di una emigrazione biblica che portò milioni di veneti soprattutto nell’America del Sud.

E la rabbia dei veneti viene mirabilmente descritta in una splendida poesia del grande poeta veronese Berto Barbarani che descrive in maniera mirabile la drammatica situazione delle nostre campagne facendo esclamare ai suoi contadini:

“Porca Italia –i bastiema- andremo via!”

Concludo citando il sociologo prof. Sabino Acquaviva che con la solita disarmante franchezza esclama:

“Cosa dovremmo festeggiare? L’unità di un paese mai nato?”

E io aggiungo il motto “Dime can ma no talian”, coniato all’indomani dell’annessione quando buona parte della popolazione fu cacciata dalle terre e divenne braccia da lavoro per i facoltosi latifondisti invasori.
I Veneti, in condizioni di estrema povertà, si ribellarono e le rivolte furono soffocate col sangue del rosso del tricolore.

Ma cosa ci sarà da festeggiare?

11 gennaio 2010 4 commenti

Apprendo da L’Arena di sabato 9 Gennaio che la neonata “Legnago Musei” si appresta alla prova di un tris di celebrazioni.
I tre eventi riguarderebbero, in ordine temporale, i 40 anni dalla scomparsa di Maria Fioroni, i 500 dalla scomparsa di Giovanni Cotta e, dulcis in fundo, i festeggiamenti per i 150 anni dall’unità d’italia.
Se Legnago deve molto, moltissimo, a Maria Fioroni ed, in secondo piano, molto anche a Giovanni Cotta (tra le altre cose il liceo più importante porta il suo nome), non si spiega tutta quest’ansia per le celebrazioni dei 150 anni.
Cosa ci sarà poi da festeggiare?
Il fatto che il Museo Fioroni fosse stato creato, in primis, per raccontare quella pagina buia di storia per il Veneto, tale risorgimento, e che i musei risorgimentali in Italia siano rarissimi, non giustica in alcun modo questo entusiasmo.

“Posso andarmene convinta di essere riuscita a creare gli strumenti per fare in modo che Legnago cresca nel suo futuro guardando al suo passato.”

Questo il lascito di Maria Fioroni riportato dal bravissimo e stimato Andrea Ferrarese, direttore di Legnago Musei.

Ma in che razza di futuro può crescere Legnago? Guardando al suo passato? Ma quale passato?
Quello che i libri di storia negano? Quello che i mass media (tg, quotidiani, periodici d’approfondimento) nascondono?
L’unico futuro in cui vivremo è quello dell’ignoranza.
Quell’ignoranza che ci terrà sempre schiavi, servi di comodo di chi non ha interesse a farci conoscere la verità, la nostra vera storia.

Ricordate il famoso aforisma di George Orwell ?

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”.

Quindi coloro che controllano il nostro presente, e quindi il nostro passato, e quindi il nostro futuro, mettono in risalto la bandiera risorgimentale con stemma mazziniano (che potete vedere sia al museo che in foto nell’articolo sopra citato) e nascondono l’unica bandiera che realmente rappresenti il Popolo Veneto, il gonfalone di San Marco, derubricato a semplice bandiera di partito.

Ma ritornando ai festeggiamenti ribadisco…cosa c’è da festeggiare?
Anche volendo, da masochisti, festeggiare qualcosa che ha portato solo fame, guerre ed emigrazioni…vogliamo ricordare che il Veneto è stato annesso (irregolarmente contro la sua volontà) all’italia nel 1866 (ufficialmente col plebiscito truffa del 21 e 22 ottobre) e non nel 1861 ?!
Quindi che unità dovremmo festeggiare noi Veneti? Quella degli altri?

Ho già la nausea a pensarci…non vorrei si trasformasse in vomito a veder festeggiare qualcuno…

Il risveglio della stampa di sinistra? Speriamo…

4 novembre 2009 Nessun commento

Il Veneto passò all’Italia in una camera d’albergo

Nel 1866, prima di quella che è passata alla storia come la terza guerra di indipendenza, il Piemonte si era impadronito di gran parte della penisola italica. Mancava soltanto Roma (che verrà presa nel settembre del 1870), Trento e Trieste (per le quali si dovrà aspettare la grande guerra) ma mancava soprattutto il Veneto. Dopo che nel 1859 la Lombardia era stata strappata all’Austria, ora si doveva arrivare fino a Venezia. La preda, del resto, era lì, a portata di mano, pronta per essere ghermita. Bisognava soltanto allungare la mano e metterla nel paniere. Per fare ciò, però, si doveva muovere guerra agli austriaci. La qualcosa non allettava troppo il buon Vittorio Emanuele II di Savoia troppo impegnato nella caccia alle anatre e alle polpose contadinotte piemontesi. Era indispensabile, perciò, trovare alleati e magari sperare che fossero gli altri a cacciare le castagne dal fuoco. Proprio come era accaduto qualche anno prima. Questa volta, però, la Francia, non era disposta a scendere in pista. Il Piemonte, che già aveva grossi problemi nella parte meridionale dello Stivale con la rivolta brigantesca, non se la sentiva di fare tutto da solo. Era indispensabile trovare un amico, uno di quelli tosti. Se la Francia nicchiava ci si doveva rivolgere altrove. E così ci si mise a flirtare di brutto con re Guglielmo di Prussia. Le trattative si incanalarono subito nella giusta direzione. E se la Prussia mirava a ridimensionare l’arroganza di Vienna, il maggiore ostacolo alle sue aspirazioni di stato guida della variegata nazione germanica, il Piemonte voleva mettere le mani sul Veneto. Il trattato di alleanza fu firmato l’8 aprile del 1866. Qualche settimana più tardi l’Austria, che cercava in tutti i modi di scansare la guerra (temeva molto la straripante forza militare dei prussiani), offrì il Veneto all’Italia in cambio della sua neutralità. La Marmora, però, fremeva per entrare trionfalmente a Venezia alla testa dei suoi soldati e rifiutò sprezzantemente l’offerta. E così la parola passò alle armi. Il 25 giugno, da Verona, rompendo gli indugi, le truppe austriache iniziarono a marciare verso la Lombardia. La Marmora, capo di stato maggiore dell’Esercito, poteva godere di una netta superiorità numerica: 200 mila uomini contro i 135 mila dell’arciduca Alberto d’Asburgo. Gli ufficiali sabaudi, però, erano l’un contro l’altro armati. Pessimi erano i rapporti tra La Marmora e Cialdini la qualcosa portò a dividere l’esercito in due tronconi: 12 divisioni al comando di La Marmora si schierarono sul Mincio mentre altre otto, agli ordini di Cialdini, presero posizione sul Po. In tal modo il consistente vantaggio andò a farsi benedire. Lo scontro si ebbe il 24 giugno a Custoza, oggi frazione del comune di Sommacampagna, nel veronese. Un luogo infausto dove già nel luglio del 1848 Radetzky aveva sconfitto Carlo Alberto di Savoia. Sedici anni dopo le cose non andarono granché meglio. Più che una battaglia si trattò di una serie di scaramucce che videro reparti dei due eserciti confrontarsi con alterne vicende. Alla fine della giornata le perdite austriache furono di gran lunga superiori a quelle italiane. Però, ironia della sorte, i primi restarono vittoriosi sul campo mentre i piemontesi si ritiravano in disordine al di là del Mincio. La Marmora era convinto di aver subito una grave sconfitta e voleva continuare ad indietreggiare fino all’Adda. Cialdini, dal canto suo, era rimasto immobile sulle sue posizioni. Si sarebbe potuto passare subito al contrattacco per cercare di infliggere al nemico il colpo decisivo. Tutto, invece, restò fermo. E mentre si discuteva sul da farsi, a Sadowa, in Boemia, l’armata prussiana sconfiggeva l’esercito austriaco. Fu la battaglia decisiva. L’Austria si affrettò a chiedere la mediazione della Francia per giungere alla cessazione delle ostilità. L’Italia, invece, che non era riuscita a cavare un ragno dal buco, rischiava di rimanere con il cerino in mano. Un burrascoso consiglio di guerra presieduto dal re in persona intimò a Cialdini di gettarsi all’inseguimento degli austriaci che si ritiravano verso l’Isonzo in cerca di un successo che potesse risollevare le sorti dell’onore sabaudo. Lo stesso ordine fu impartito alla flotta. Ma anche sul mare le cose andarono male, anzi malissimo. Il 20 luglio, a Lissa, un isolotto di fronte alla costa dalmata, la flotta di Persano subì una pesante sconfitta ad opera di Tegetthoff. Pesantissimo il bilancio: due corazzate affondate (la “Re d’Italia” e la “Palestro”) e 700 marinai finiti in fondo al mare. Eppure Persano (ritenuto poi responsabile della disfatta, processato e radiato dalla marina) poteva contare su 12 corazzate contro le 7 del rivale. La sconfitta bruciava ancora di più se si pensa che i marinai austriaci erano in gran parte veneti, istriani e dalmati e che il loro ammiraglio dava gli ordini in dialetto veneto.
Emblematico ciò che scrisse Tegetthoff: “Uomini di ferro su navi di legno hanno avuto ragione di uomini di legno su navi di ferro”. Né le cose andavano meglio per via di terra. Cialdini, giunto sull’Isonzo, si era dovuto fermare. Il 26 luglio, infatti, senza neanche avvertire l’Italia, la Prussia aveva firmato l’armistizio con l’Austria. La stessa cosa aveva fatto Napoleone III nel 1859 lasciando il Piemonte con un palmo di naso. La storia si ripeteva e la neonata nazione italiana non ci faceva certo una gran bella figura. Nella campagna bellica l’Italia non aveva collezionato che batoste. Ciò malgrado poteva sedersi al tavolo dei vincitori. Ma l’Austria la beffava ancora una volta cedendo il Veneto alla Francia. Sarebbe stato poi Napoleone III a girarla, come un pacco postale, al re sabaudo. Ma anche tale passaggio non fu automatico.
Il governo italiano incaricò Thaon de Revel di seguire le trattative. Il 19 settembre il generale si trasferì a Venezia e prese alloggio all’hotel Danieli. Gli incontri con il commissario francese Leboeuf e il generale austriaco Moering si tennero all’hotel De La Ville, sul Canal Grande. La città, intanto, veniva investita da una virulenta epidemia di colera che fece parecchie vittime. Le trattative, comunque, proseguirono e la Francia impose un curioso escamotage: il Veneto, prima di passare all’Italia, sarebbe stato consegnato a tre notabili locali. Il 19 ottobre, in una anonima stanza dell’albergo Europa, il generale Moering firmò la cessione del Veneto al commissario francese. Trenta minuti dopo i francesi passavano il Veneto ai notabili Gaspari, Giustiniani-Recanati e Emi-Kelder. Quest’ultimo, costretto a letto da una malattia, firmò il documento subito dopo in una camera dell’albergo Baviera.
In rapida successione i notabili cedevano il Veneto all’Italia. E così tutto fu compiuto. L’antica terra della gloriosa Repubblica di San Marco diventava definitivamente italiana. Così disse Thaon de Revel: “Meno male che questo (la cessione, nda) si passasse in una camera d’albergo con poche persone presenti”. Ancora più laconica la “Gazzetta di Venezia”: “Questa mattina, in una camera dell’albergo Europa, si è fatta la cessione del Veneto”.
Il 21 e 22 ottobre si tenne la ormai solita farsa del plebiscito con il quale si chiamavano i veneti a pronunciarsi sull’annessione all’Italia. La solita efficiente organizzazione sabauda, molto più abile nei magheggi politici che sul campo di battaglia, preparò le cose per bene enfatizzando la ferma volontà della gente del posto ad abbracciare la bandiera tricolore. Cosa, di fatto, inesistente. Basti pensare che nel corso della guerra, su 7 mila soldati veneti inquadrati nell’armata austriaca, soltanto in 22 disertarono per arruolarsi nell’esercito italiano.
Il risultato comunque fu schiacciante: 641.757 sì, 69 no e 366 schede nulle, pari ad una percentuale, molto più che bulgara, del 99%. Ultimate le operazioni di voto i soldati e i funzionari austriaci lasciarono il Veneto. Quella terra già ceduta da Napoleone a Vienna iconobbe il pugno di ferro dell’amministrazione italo-savoiarda. Qualche anno dopo una terribile crisi economica mise in ginocchio la regione e in molti (quasi tre milioni) si videro costretti ad andare a cercare fortuna altrove.
Anche il nord, come il meridione d’Italia, assaporava il pane amaro dell’emigrazione. Come era lontano il tempo in cui Venezia dominava il mondo con le sue navi e i suoi commerci. Adesso era tutto finito. E se fino a pochi mesi prima il Veneto era parte integrante di uno sconfinato impero, ora era solo una colonia “accessoria” di uno stato piccolo ma prepotente.

Fonte :  Rinascita – Quotidinano di Sinistra Nazionale

Finalmente un poca de luce in fondo al tunel de la sinistra, almanco da na parte de la so stampa.
A quando na sinistra veneta europea che, come in catalogna e paesi baschi, difende e promove i popoli, le lengoe e le so legitime aspirazion de indipendenza?
Forsi fra un par de generazion, quando tuti i ruinazi dela prima e dela seconda republica ancora ligà al comunismo sovietico i narà in pension? Mah…
A destra, a parte qualche caso, no s’è mia mesi tanto mejo, anzi…

143 anni dall'annessione del Veneto all'Italia

21 ottobre 2009 2 commenti

Dopo 143 ani che el Veneto l’è na soto la Italia, 5 ani dopo che no fa el resto dele region, cosa n’è restà?
Nel 2011 gh’è i festegiamenti par l’unità d’italia.
Ma noaltri veneti, a parte che el 150° el saria nel 2016,  ghemo da festegiar?

Ve meto on poca de documentazion chi par ci g’ha oia de lezar, scoltar, vardar.

Plebiscito annessione Veneto

21-22 ottobre 1866! Per non dimenticare!

21 ottobre 2008 Nessun commento

I jorni de la disfata e del plebisito trufa cofà la Venethia (tere Venete de che’l tempo) l’è pasà soto l’italia.
Da chei jorni solo tase, fame, goere, violenza fisica e psicologica.
Ne la speranza che on jorno le robe le cambia…Par no desmentegare…

Chi ve meto on libreto gratuito so l’argomento.  Scarga Plebiscito 1866

Chi soto taco on video:

Video Plebiscito 21-22 ottobre 1866

E chi un toco de n’altro documento.

ETTORE BEGGIATO

21-22 ottobre 1866, annessione del Veneto all’Italia.
La grande truffa.

“CHI CONTROLLA IL PASSATO
CONTROLLA IL FUTURO,
CHI CONTROLLA IL PRESENTE
CONTROLLA IL PASSATO.”

(G. ORWELL)

Il plebiscito che sancì l’annessione del Veneto all’Italia (*) viene liquidato dai nostri libri di storia in poche battute visto che la storiografia ufficiale sostiene che “tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia” (1).
Pochi sanno che in realtà fu una colossale truffa, la prima di una serie infinita di truffe perpetrate da Roma e dall’Italia ai danni dei Veneti.
Il nostro Veneto in realtà era già stato “passato” dalla Francia all’Italia in una stanza dell’Hotel Europa lungo il Canal Grande, il 19 ottobre. (2)
Il generale francese Leboeuf consegnò il Veneto a tre notabili: il conte Luigi Michiel, veneziano, Edoardo De Betta, veronese, Achille Emi-Kelder, mantovano.
Questi, a loro volta, lo “deposero” nelle mani del commissario del Re conte Genova Thaon di Revel e il giorno dopo sulla “Gazzetta di Venezia” apparve un anonimo trafiletto:
“Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto” (3)
Riepilogando: un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel trattato di pace di Vienna fra l’Italia e l’Austria del 3 ottobre si parla testualmente di “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”:un riconoscimento internazionale al diritto all’autodeterminazione del popolo veneto che in quel momento ha la sovranità sul suo territorio.
Teniamo anche presente che c’è stata l’ipotesi, come scrisse l’ambasciatore asburgico a Parigi Metternich al suo ministro degli esteri Mensdorff-Pouilly il 3.8.1866, di arrivare a “l’indipendenza della Venezia sotto un governo autonomo com’era la vecchia Repubblica”
Il plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sotto il controllo di una commissione di tre membri che “determinerà, in accordo con le autorità municipali, il modo e l’epoca del plebiscito, che avrà luogo liberamente, col suffragio universale e nel più breve tempo possibile”. Così era stato concertato dall’ambasciatore d’Italia a Parigi Costantino Nigra con il governo francese (4), che sembrava determinato a svolgere fino in fondo il proprio ruolo di garante internazionale sancito anche dal trattato di pace fra Prussia e Austria..
Il governo italiano invece, e in particolare il presidente Bettino Ricasoli interpretava pro domo sua i trattati:
“Quando si tratta del plebiscito si tratta di casa nostra; non è già che si faccia il plebiscito per obbedienza o per ottemperare al desiderio di qualche autorità straniera….. La pazienza ha il suo limite. Perbacco!
La cessione del Veneto fu nel Parlamento inglese chiamata un insulto all’Italia. Concedendo la presenza del generale francese all’effetto delle fortezze, mi pare di concedere molto” così sosteneva il Barone Ricasoli.(5)
E così uno sconsolato generale Le Boeuf scrive a La Valette il 15 settembre:
“Nutre inquietudini per l’ordine pubblico: le municipalità fanno entrare le truppe italiane o si intendono col re, che governa una gran parte: egli deve lasciar fare. Il plebiscito non si potrà fare che col re e col governo”(6)
Altro che controlli, altro che garanzie internazionali!
Lo stesso generale Le Boeuf annunciava il 18 ottobre a Napoleone III che ha protestato contro il plebiscito decretato dal re d’Italia: Napoleone gli dice di lasciar perdere. (7)
La Francia praticamente rinuncia al proprio ruolo di garante internazionale e consegna il Veneto ai Savoja.
Una quasi unanimità che venne poi rispettata al momento del voto; già, ma anche i numeri non quadrano.
Il 27 ottobre la Corte d’Appello proclama l’esito della consultazione: “SI 641.758″, “NO 69″.
Nella lapide del Palazzo Ducale si parla di “Pel SI voti 641.758″, “Pel NO voti 69″, “Nulli 273″; Alvise Zorzi in “Venezia austriaca” (pag. 151) parla di “SI 647.246″, “NO 69″, Denis Mack Smith “Storia d’Italia 1861-69″ parla di “SI 641.000″, “NO 69″.
E su questi numeri si impongono almeno due considerazioni: i voti favorevoli sono attorno al 99,99 %: una percentuale che non fu ottenuta neppure dai regimi più feroci, da Stalin a Hitler.
Di sicuro il plebiscito venne “preceduto da una vera campagna di stampa intimidatoria dei fogli cittadini, preoccupatissimi per l’influenza che il clero manteneva nelle zone rurali dove, aveva scritto in settembre il “Giornale di Vicenza”, -i campagnoli furono lasciati nell’ignoranza o nell’apatia d’ogni civile concetto, educati all’indifferenza per ogni sorta di governo” (9)
Si scriveva ad esempio “ricordino essi (i Parroci e i Cooperatori dei ns. villaggi) che ove in alcuna parrocchia questo voto non fosse sì aperto, sì pieno quale lo esige l’onore delle Venezie e dell’Italia, sarebbe assai difficile non farne mallevadrice la suddetta influenza clericale, e contenere l’offeso sentimento nazionale dal prendere contro i preti di quelle parrocchie qualche pubblica e dolorosa soddisfazione. (10)
Questa politica intimidatoria tuttavia non ebbe grossi effetti sulla partecipazione popolare: “A Valdagno, ad esempio nonostante il plebiscito venisse decantato non come semplice formalità e cerimonia, ma una festa, una gara, solo circa il 30% sulla complessiva popolazione del Comune si recò a votare, mentre un buon 70%, per chissà quale motivo, preferì continuare ad occuparsi dei fatti propri, indifferente all’avvenimento.
Analogamente in tutti i distretti…..” (11)
E’ la conferma del fatto che il cosiddetto risorgimento fu nel Veneto un momento al quale la stragrande maggioranza del nostro popolo partecipò con grande indifferenza, passiva .
E questo ce lo conferma Mack Smith che scrive “Garibaldi si infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo”.
Sulla libertà del voto e sulla segretezza dello stesso ci illumina la lettura di “Malo 1866″ di Silvio Eupani:
“Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col si e col no di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell’urna”.
E Federico Bozzini così descrive nel suo “L’arciprete e il cavaliere” quanto avvene a Cerea:
“Come già si disse -continua il commissario- vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l’altra sopra l’altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarta od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il SI, sopra l’altra il NO”. E più avanti:
“I protocolli sono due, -uno pei votanti che presentano il viglietto del SI, l’altro dei votanti che presentano il viglietto del NO, per modo che il numero complessivo dei viglietti che, finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all’ultimo numero progressivo del protocollo.
Nel protocollo pei viglietti del NO si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini. La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale.” E alla fine:
“La commissione quindi conclude il presente Protocollo gridando: Viva l’Italia unita sotto lo scettro della Casa di Savoja”.
Di particolare interesse, sempre sul volume del Bozzini, la citazione della Gazzetta di Verona del 17 ottobre 1866: “Si, vuol dire essere italiano ed adempire al voto dell’Italia. No, vuol dire restare veneto e contraddire al voto dell’Italia”.
Una sottolineatura di straordinaria importanza: già allora qualcuno aveva capito che una cosa erano i veneti e un’altra gli italiani e che gli interessi degli uni raramente coincidevano con gli interessi degli altri.
Cosa che del resto aveva ben capito Napoleone Bonaparte quando consigliava al figliastro di non ascoltare chi gli suggeriva di dare a Venezia un po’ più di autonomia, invitandolo, invece, a mandare “degli italiani a Venezia e dei Veneziani in Italia” (12)

(*) Il plebiscito riguardò il Veneto, il Friuli (le attuali province di Pordenone e Udine) e la provincia di Mantova
(1) A. Saitta – Storia illustrata 06/1966 Mondadori
(2) G. Distefano – G. Paladini – Storia di Venezia 1797-1997 – II Supernova pag. 274
(3) Thaon di Revel Genova – La cessione del Veneto – Firenze 1906
(4) M.A.E., Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pagg. 225-229
(5) Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, a cura di Tabarrini e Gotti, Firenze 1893
(6) Les Origines, Xii, 297 ss, n. 2596-2597
(7) M.A.E. Corr. pol., Consults Autrische, vol 27, pag. 284
(8) Antonio Roldo Dolomiti O8/93
(9) E. Franzina – Vicenza storia di una città- Neri Pozza editore p. 700
(10) A. Navarotto – Ottocento vicentino Padova 1937
(11) A. Kozlovic – Immagini del risorgimento vicentino – Pasqualotto 1982
(12) A. Zorzi – Venezia Austriaca pag.32 – Laterza