I mali dell’Italia hanno origine dall’unità
La lettera di Ettore Beggiato a “Il Giornale di Vicenza” sulla ricorrenza del 150esimo dell’unità d’Italia.
da “IL GIORNALE DI VICENZA” di mercoledì 5 maggio 2010 – La lettera del giorno
Egregio Direttore,
il sig. Mariano Professione nella lettera pubblicata sul Giornale di Vicenza il 29/4 parla dell’unità d’Italia come di un bene “insostituibile, irrinunciabile e non negoziabile”, concetti che stanno alla base delle manifestazioni previste per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia che, se posso, mi sembrano caratterizzate da una retorica francamente eccessiva e ingiustificata.
Innanzitutto, l’unità d’Italia non è un dogma di fede, perché è questo quello che si sta tentando di far passare. Niente di più sbagliato. Quella che oggi si chiama Italia, e che io preferisco chiamare Stato Italiano, ha subito nel solo novecento una serie notevole di sconvolgimenti, dall’annessione di una Terra in larghissima maggioranza di cultura e di lingua tedesche (il Sud Tirolo), alla dolorosa perdita di terre come l’Istria e la Dalmazia nelle quali la bandiera della Serenissima Repubblica Veneta aveva sventolato più di qualsiasi altra.Voglio dire che lo Stato Italiano, come tutti gli altri stati, sono entità dinamiche che come tutte le cose terrene possono essere messe in discussione, naturalmente in modo democratico e pacifico.
Alla fine dell’ottocento c’erano nella vecchia Europa una ventina di stati; oggi sono più del doppio.
E si badi bene, non c’è solo l’esempio drammatico e da condannare, senza se e senza ma, della Jugoslavia, ma ci sono esempi di grandissima civiltà come quello della Cecoslovacchia, dove in maniera pacifica e democratica hanno pensato bene di costituire due paesi liberi e sovrani, la Repubblica Ceka da una parte e la Slovacchia dall’altra. Con soddisfazione di tutti, tra l’altro…eppure fino a ventanni fa sarebbe stata impensabile una cosa simile, come sarebbe stata impensabile, fantapolitica la ricostituzione delle tre Repubbliche baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia).E se proprio dobbiamo ripensare a come è stata fatta l’Italia, ripensiamolo in termini critici e non patriottardi.
E’ possibile che a nessuno venga in mente che i tanti e tanti mali che affliggono l’attuale Stato Italiano hanno origine proprio nel come è stata fatta l’unificazione? Con una logica imperialista da parte di casa Savoja, con una serie di annessioni che come nel nostro Veneto poggiavano su plebisciti truffa, con un totale spregio della storia, della identità, delle potenzialità dei singoli popoli che venivano a comporre il Regno Sabaudo, con una serie spaventosa di massacri soprattutto nel sud di gente che non ne voleva sapere di essere “liberata” da figuri come Garibaldi e Bixio: è questo che va ripensato e analizzato in termini moderni, altro che l’ottocentesca retorica patriottarda !E per quanto riguarda la nostra Terra veneta, ricordo che l’annessione del Veneto all’Italia è datata 21-22 ottobre 1866, e che quindi, se la matematica non è un’opinione, nel Veneto non c’è nessun centocinquantesimo da festeggiare; non parliamo delle condizioni del nostro popolo all’indomani dell’arrivo dei “liberatori” sabaudi: fame e disperazione come mai nella nostra storia e l’inizio di una emigrazione biblica che portò milioni di veneti soprattutto nell’America del Sud.
E la rabbia dei veneti viene mirabilmente descritta in una splendida poesia del grande poeta veronese Berto Barbarani che descrive in maniera mirabile la drammatica situazione delle nostre campagne facendo esclamare ai suoi contadini:
“Porca Italia –i bastiema- andremo via!”
Concludo citando il sociologo prof. Sabino Acquaviva che con la solita disarmante franchezza esclama:
“Cosa dovremmo festeggiare? L’unità di un paese mai nato?”
E io aggiungo il motto “Dime can ma no talian”, coniato all’indomani dell’annessione quando buona parte della popolazione fu cacciata dalle terre e divenne braccia da lavoro per i facoltosi latifondisti invasori.
I Veneti, in condizioni di estrema povertà, si ribellarono e le rivolte furono soffocate col sangue del rosso del tricolore.
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