Ricevo e pubblico volentieri una lettera del sociologo Sabino Acquaviva
UN’IDENTITA’ E UN POPOLO VENETO
Ho letto con ritardo l’intervento del 6 maggio di Ugo Suman, il quale sostiene che la lingua veneta non esiste perché vi sono delle differenze fra una città e l’altra, e alla fine sembra pensare che non possiamo parlare neppure di una cultura e di un‘identità del popolo veneto. È come affermare che non esisteva un’identità greca perché i dialetti della Grecia antica erano simili ma non identici. Per fortuna quella che viene ricordata come la coinè, cioè l’unificazione dei vari dialetti, ha dato vita al greco antico e a una civiltà millenaria.
I vocabolari di greco antico che si usano a scuola sono la fotografia di questa convergenza di più dialetti in una lingua unitaria, e confesso che questa situazione era la mia disperazione quando studiavo e traducevo dal greco, perché molto spesso le parole avevano due o tre significati (e viceversa), diversi appunto perché provenienti, all’origine, da dialetti differenti. Per questa ragione uno stesso testo finiva per essere tradotto in maniera completamente diversa da studenti differenti.
Con il dominio romano l’identità culturale e linguistica si trasformò in un’unificazione politica che permise ad uno stato greco unitario di essere capace di durare altri mille anni, cioè fino alla conquista di Costantinopoli da parte dei turchi.
Ma per sostenere la tesi che non esiste un popolo veneto, Suman porta degli argomenti che se fossero validi condurrebbero alla conclusione che non esistono popoli con una loro identità. Ma per fortuna lui stesso osserva che “la storia può essere raccontata in tante maniere, ognuno ne coglie la parte che ritiene più adeguata alla sua verità o alla sua ‘supposta’ verità”. Ho sempre apprezzato e spesso ammirato la difesa di Suman del dialetto padovano, ma anche per questo non capisco il suo desiderio di rifiutare al popolo del Triveneto un’identità culturale, una parziale identità linguistica, una forte presenza nella società europea e mediterranea.
Non so se i veneti si sono mai sentiti un popolo, ma credo che comunque lo fossero. Mi ricordano un po’ la vicenda dei rumeni che, quando nacque la Romania, dovettero scoprire la propria identità latina dopo aver trascorso secoli interi senza rendersi conto della propria origine e del significato dei secoli più lontani della loro storia. Inoltre, non so se gli abitanti delle campagne del Veneto erano più in miseria, come sembra ritenere Suman, di quelli della Catalogna, della Provenza, della Baviera, ecc., non so se avevano più o meno coscienza di essere un popolo, ma penso che oggi questa coscienza si faccia strada da molti punti dei vista. La costruzione dell’Europa unita, come tutti sanno, passa attraverso la riscoperta dell’identità delle culture regionali preesistenti all’emergere devastante dei nazionalismi dell’800 e del ‘900. In quei due secoli le culture di singole regioni divennero culture nazionali, e quindi andarono parzialmente distrutte o soffocate molte culture e lingue regionali come quelle basca, catalana, provenzale, veneta e via dicendo.
Ha ragione Suman, il popolo spesso viveva nella miseria, molte volte sfruttato, dimenticato, ma mi auguro che parli del popolo europeo, anzi dei popoli d’Europa, non soltanto di quello veneto. Oggi il popolo veneto, che prende coscienza della sua identità, come altri popoli europei lavora per costruire al proprio interno una coinè linguistica, e così partecipare alla costruzione dell’Europa dei popoli contro ogni nazionalismo, e ha diritto anche ad una sua lingua unitaria. Ricordo quel che mi diceva mio padre a proposito dei soldati italiani che occuparono la Dalmazia nel 1941: un suo amico veneto andò al ristorante chiedendo una forchetta, nessuno capiva l’italiano, nè sapeva cosa portare, ma quando chiese un piron il cameriere, che era un veneto-dalmata, comprese immediatamente. Tutti i presenti percepirono l’esistenza dell’unità linguistica dei veneti con i dalmati di allora. Certamente, il vicentino è diverso dal triestino, il veronese dallo zaratino che (con la guerra ridotto a poca cosa) ancora sopravvive, ma nell’essenziale sono eguali e sono espressione di una cultura e di un’identità che li unisce, e per questa ragione torno a chiedere che la lingua veneta venga insegnata a scuola. Non so se i vocabolari potranno tener conto delle differenze locali, se una coinè potrà riferirsi soprattutto al veneziano, sono però certo che anche questo lavoro di unificazione linguistica servirà a rafforzare l’identità di un popolo, di chi fece parte di una repubblica che è stata per secoli una grande potenza, di una letteratura che ha avuto in Ruzante e Goldoni due figure particolarmente significative, di una società che possiede caratteri che sono espressione della sua capacità industriale e commerciale, di un livello tecnologico ed economico che ha antiche radici nella storia ed è, anch’esso, parte dell’identità di quel popolo. Adoperiamoci per la nascita degli Stati Uniti d’Europa, ma ricordando che l’unificazione dei popoli del continente richiede anche l’indebolirsi delle identità nazionali e dei nazionalismi, che tanto sangue ci hanno obbligato a versare, e sono ancora un pesante ostacolo alla realizzazione del sogno di un’Europa unita nel nome dei popoli che la compongono.
DIALETTO E LINGUA VENETA.
Dunque, come risulta da una recente inchiesta dell’istituto di sondaggi “Panel Veneto,” l’80% dei veneti è contrario all’insegnamento del dialetto nella scuola, dato che, si legge, “non rappresenta un percorso di formazione primaria”. Anch’io, nonostante quanto ho detto e scritto su questo problema negli ultimi anni, risponderei negativamente a tale domanda. Insegnare il dialetto? Ma no, certamente! Infatti, che fare? Portare a scuola il padovano a Padova, il vicentino a Vicenza? Assurdo, ovviamente. Ma è a questo che può facilmente pensare ogni intervistato. Ogni abitante del Veneto, di fronte ad una domanda così formulata, pensa al “dialetto” parlato sottocasa. A cominciare da me, cui viene in mente il cosiddetto “portelato” di Padova, oppure il più raffinato dialetto parlato in centro.
Ma la lingua veneta è un’altra cosa, chiaramente. Il veneto è una lingua, la lingua di un’antica repubblica un tempo usata, in alcuni casi, per dei trattati internazionali (penso ai trattati in veneto fra russi e ottomani). Inoltre è stata per secoli una lingua internazionale nel Mediterraneo orientale, usata in ogni porto, che fu adoperata nella battaglia di Lissa per i dialoghi, e gli ordini, fra i comandanti della flotta austriaca, in gran parte ex veneziana, vincitrice, dopo la quale molti marinai gridarono viva San Marco, viva la repubblica (di Venezia, ovviamente), senza nominare l’imperatore d’Austria. La lingua veneta possiede anche una letteratura ed è (in parte diventerà) la sintesi di più dialetti. Ma anche il greco antico, lo ripeto spesso, è la sintesi di più dialetti, e il risultato positivo di tale sintesi è ben noto.
Ma l’inchiesta della “Panel data” ci costringe a mettere il dito sulla piaga. Non possiamo né dobbiamo confondere le lingue regionali con i dialetti. In Italia esistono alcune lingue regionali che hanno una antica tradizione e sono l’espressione dell’identità di un popolo. Penso, ad esempio, al sardo, al friulano, al siciliano, al napoletano. Certamente, esistono anche i dialetti, che sono rite
nuti fra una ventina e oltre centocinquanta, a seconda dei criteri adottati per la loro distinzione. Ma le autentiche identità ragionali, in Italia come negli altri stati dell’Unione Europea, non sono molto numerose, anche se rappresentano, lo ho detto e scritto più volte, gli strumenti per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, che deve passare attraverso un indebolimento degli stati nazionali, perché questi l’Europa non la faranno mai. Purtroppo, il Veneto è soltanto all’inizio di un’evoluzione che deve portare alla riscoperta della sua identità con un processo analogo a quello che ha ridato al catalano, un tempo ridotto a dialetto, la dignità di una lingua. Ma la maggioranza dei veneti, l’80%, a quanto sembra, non ha preso coscienza del rapporto fra identità e lingua, né si rende conto del fatto, le risposte all’inchiesta lo confermano, che se una lingua non viene insegnata a scuola scompare insieme all’identità del suo popolo.
In conclusione, i risultati dell’inchiesta non ci devono sorprendere. Anzitutto perché nel Veneto la presa di coscienza della propria identità è molto inferiore a quella della Catalogna. In secondo luogo perché la domanda, così formulata, e non preparata (per l’intervistato) con un’analisi informativa e introduttiva al tema della lingua veneta, non poteva rispondere al problema che propongo in queste pagine. In conclusione, c’è una certa differenza fra dialetto e lingua regionale. E di quest’ultima dovremmo parlare. E naturalmente lottare per la sua sopravvivenza.
LA FESTA DELLE DUE REPUBBLICHE
Il 25 aprile? Il 1° maggio? Due feste di questa repubblica. Ma qualcuno ricorda la festa dell’altra repubblica, la festa di San Marco, appunto lo stesso 25 aprile? Pochi, in verità, perché l’unità d’Italia, gestita, nei primi decenni, con il pugno (allora) di ferro dei prefetti, provocò il collasso delle culture e delle identità regionali, che furono quasi dimenticate. Ma ora guardiamo al futuro, agli Stati Uniti d’Europa. Tuttavia, il futuro deve passare per il passato? Certamente, in quanto il riemergere delle identità regionali rafforza l’identità europea. Questo perché indebolisce le identità nazionali che tanto sangue e tante guerre sono costate al continente. Dunque, per costruire il futuro parliamo di culture e identità regionali. Ma nel Veneto che accade? L’identità si è offuscata. E’ diminuito il numero di quanti parlano la lingua veneta, la difendono, ne promuovono i principi ideali. Si sono perdute antiche tradizioni come appunto quella del 25 aprile, ormai celebrato come festa della repubblica (italiana).
Tutto vero, ma forse il 2008 è l’anno di una svolta che potrebbe diventare storica. La legge approvata dal consiglio regionale dichiara “Il veneto è storicamente la lingua del popolo veneto”. E’ dunque ufficiale, il veneto è lingua e può essere insegnato “facoltativamente” a scuola. E qui, purtroppo, un primo cedimento: perché facoltativamente? Avete mai visto la lingua di un popolo che, nel proprio paese, venga insegnata facoltativamente? Certamente, la legge è ambivalente per ragioni politiche e giuridiche obiettive. Ma, a questo punto, chiarito che si tratta della lingua di un popolo, questo popolo deve lottare per la propria lingua. Ma la legge offre altre prospettive positive: “la regione si impegna a favorirne e promuoverne” (del veneto)” l’insegnamento e l’apprendimento, l’informazione giornalistica e televisiva, la creazione artistica, l’edizione e la diffusione di libri e pubblicazioni, eccetera eccetera” Ma di tutto questo che cosa accade o è accaduto? Televisione? Radio? Giornali? Dove è l’uso del veneto?
Molto poco, in verità, è seguito alla promulgazione della legge. La lingua è parlata da tre milioni di persone nel Veneto, forse cinque nel Triveneto, in Istria e in Dalmazia. Non penso sarebbe difficile una politica triregionale di rilancio. Basterebbe andare in Catalogna e imparare.
Ma chi fa politica ha molti strumenti in mano che io, ad esempio, non possiedo: può introdurre fin d’ora negli asili, e nei primissimi anni di scuola, dei testi in veneto per i piccolissimi, curandone la diffusione gratuita, agire sulle radio e le televisioni locali offrendo dei contributi per le trasmissioni in lingua veneta. Operare in maniera analoga sui giornali, non dimenticando di influire sulle pubblicazioni, anche periodiche, ma più o meno pubblicitarie di interesse locale, diffondere dei piccoli manuali di storia della regione, promuovere la modifica dei testi scolastici adeguandoli alla storia reale d’Italia e del Veneto e non difendendo la diffusione di testi che raccontano il mai accaduto. Si contribuirebbe in questo mondo alla riscoperta da parte di coloro che sono nati nel Veneto o che vi abitano, della propria identità linguistica e culturale. Qualche cosa di simile, insomma, a quello che accade agli immigrati in America.
In conclusione, abbiamo una legge che potrebbe permettere di salvare una lingua, una cultura, le tradizioni della repubblica forse più antica del mondo. Una svolta storica, insomma. Cerchiamo, noi abitanti del Veneto, o del Triveneto, di non perdere questo appuntamento con la storia, proposto da una semplice legge regionale: sarebbe una vera tragedia per un popolo e la sua lingua
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