Gentile direttore, in Europa tutte le regioni che hanno difeso la propria identità hanno prosperato: Scozia, Fiandre, Galles, Catalogna, Galizia, ma anche Trentino Alto Adige, Valle D’Aosta, Friuli. Nelle regioni in cui si potenzia il sentimento di un’identità comune (attraverso l’uso della lingua soprattutto, ma anche favorendo e finanziando l’esistenza di media regionali (radio, TV, stampa) si incrementa la fiducia reciproca tra cittadini, si collabora, si lavora tutti assieme con degli obiettivi condivisi.
Il Veneto è un caso pressoché unico. Due terzi dei cittadini sono a tutti gli effetti bilingui, ma non lo sanno. Perché gli hanno detto che l’unica vera lingua è l’italiano, l’altra un dialetto, quindi di rango inferiore. Ma nessuno ha spiegato loro che il veneto non è un dialetto dell’italiano (nelle scuole questo purtroppo non lo spiegano). Si chiama dialetto nel senso di “lingua vernacolare”. Infatti il veneto si parlava e scriveva prima che l’italiano esistesse. L’italiano è in realtà toscano standardizzato. C’è di più: vi sono parole dell’inglese corrente come “artichoke” (carciofo), “arsenal” (arsenale), “ballot paper” (scheda elettorale), “casino” (casa da gioco), “gazette” (nome dato a quotidiani di tutto il mondo; da “gazeta”, il nome della moneta veneziana con cui si aquistava il foglio con le notizie del giorno) e molte altre ancora che arrivano direttamente dal veneto.
Molti veneti in un certo senso vivono nell’ignoranza più totale, anche quelli che hanno studiato. Si sente poi spesso dire: «Quale veneto?». Ci sono il trevigiano, il vicentino, il veneziano, eccetera. Quale si vorrebbe insegnare nelle scuole?
Anche qui c’è fare un po’ di chiarezza. Le lingue ufficiali nascono quando le si dichiara tali. È un atto meramente politico. Nel momento in cui lo si fa, si provvede a codificare una lingua standard (alfabeto, accenti, e così via, un linguista lo può spiegare meglio di me). Questa standardizzazione è necessaria perché di solito vi sono numerose varianti locali nell’uso di alcuni vocaboli o espressioni.
È così dappertutto: il gallese che si parla a Gwynedd non è lo stesso che si parla nel Glamorgan o a Cardiff.
Il catalano parlato a Girona è diverso da quello parlato a Terragona, a Vic o a Barcellona.
E nel veneto quello che a Venezia chiamano tozato è probabilmente un ceo a Treviso. È piuttosto frequente ascoltare politici e giornalisti veneti che affrontano la questione della lingua veneta (o dialetto veneto, se si preferisce, la sostanza non cambia) chiedendosi quale veneto si dovrebbe insegnare. A loro la domanda deve sembrare intelligente (è costume di politici e giornalisti ripetere cose che hanno ascoltato qui e là senza veramente capirne il senso, ma cercando comunque di dare l’impressione all’interlocutore che conoscono la materia in questione).
Ma non è una domanda intelligente. O meglio, la risposta è molto semplice: si insegnerebbe un veneto standard che rispetti le varianti locali.
Lettera a “Il Gazzettino” del 29 agosto 2009
Lorenzo Brusattin
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