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Posts Tagged ‘lingua veneta’

Immigrati: in Veneto uno su tre chiede dialetto obbligatorio a scuola

9 febbraio 2010 2 commenti

IMMIGRATI: IN VENETO UNO SU TRE CHIEDE DIALETTO OBBLIGATORIO A SCUOLA

(ASCA) – Treviso, 2 feb – Un immigrato ogni tre chiede che accanto all’italia venga insegnato anche il dialetto veneto.

Chi lavora per meglio integrarsi, in particolare per conoscere puntualmente contratti, norme e anche legislazione sulla sicurezza. Chi studia, soprattutto se giovane, per meglio relazionarsi con i coetanei, ad esempio in discoteca.

Per il 33% degli studenti stranieri, l’insegnamento del dialetto dovrebbe essere obbligatorio nelle scuole. Tanto che la Fondazione ”Ispirazione” e la cooperativa ”insieme si pe’uo”’ che hanno commissionato all’Istituto di ricerca Quaeris un’indagine sull’argomento hanno deciso di cominciare con l’insegnamento del dialetto fino dalla scuola d’infanzia, da loro gestita, e dai corsi professionali per operatori socio-sabnitari. ”Gli anziani e i disabili – esemplificano Rina Biz e Anita Leuratti, presidente rispettivamente della Fondazione e della Cooperativa – si sentono piu’ sicuri se chi li assiste parla in dialetto”.

L’indagine, svolta fra 300 studenti stranieri ed altrettanti lavoratori, anche loro non italiani, testimonia che l’88% parla in qualche modo e comunque capisce il dialetto veneto. Il 60 per cento lo usa correntemente ed in modo appropriato.

”Circa 8 studenti ogni 10 e 9 lavoratori ogni 10 – afferma Giorgio De Carlo, che ha coordinato l’indagine – gradisce l’uso di questa parlata”. ”Per l’85,1 per cento dei lavoratori intervistati, la lingua veneta e’ ritenuta utile nel contesto lavorativo e nelle relazioni sul territorio”.

Fonte : Asca

Dimostrazione che certi immigrati sono meglio di tanti veneti ed italiani.

LINGUA VENETA – PEZZENTI  1-0

Razzismo contro i Veneti a Noventa Padovana

20 gennaio 2010 1 commento

Padova: ‘La poesia e’ da tradurre in veneto’, genitori in rivolta

A Noventa Padovana un’insegnante scatena le ire dei genitori

Padova – Agli alunni della terza elementare dell’Istituto di Noventa Padovana è stato somministrato un compito destinato a far discutere: tradurre in veneto una poesia. E’ accaduto durante l’ora di storia, nell’ambito del progetto per il recupero della “cultura delle tradizioni locali”. L’assegnazione ha offeso molti genitori, non originari del Veneto, che subito hanno contattato il preside dell’istituto per chiedere spiegazioni.

Il direttore scolastico Gaetano Calore ha minimizzato l’accaduto, riducendolo ala sua reale dimensione: “Tutto è inserito in un programma di recupero delle tradizioni locali, che sono da valorizzare. Non ci sono lezioni di dialetto veneto”. Il preside continua poi sottolineando che per gli studenti stranierei potrebbe essere un’ottima forma di integrazione.

Infine, la maestra che ha assegnato la traduzione, si giustifica commentando: “Non era obbligatorio scrivere in dialetto veneto ma in quello di origine degli scolari”. Ma la mandria dei genitori imbufaliti, sorda alle parole dell’istituto, ormai è inarrestabile.

Fonte : La Voce

Se calche genitore non Veneto no ghe va mia ben, no l’è mia obligà a star in Veneto.
E quel che dise i catalani vale anca par chi.

Chi el comunicato dela asociazion Raixe Venete

Alda Merini sulla lingua veneta

9 novembre 2009 Nessun commento

“I Veneti hanno la fortuna di avere una lingua che è poesia in sé, una musica perfetta…”

Alda Merini (poetessa scomparsa in questi giorni)

(Corriere del Veneto 3/11/2009)

Cartoni animati : “Clifford, el can che parla in veneto”

19 ottobre 2009 2 commenti

VENEZIA (17 ottobre) – Un cartone animato americano trasmesso in lingua originale ma anche in dialetto veneto. “Clifford, el can che parla in veneto” è il cartoon che, alternando un episodio in veneto e l’altro in inglese, dal 19 ottobre andrà in onda su Antenna Tre Nordest alle 17.45.
Sono 25 storie che, grazie all’iniziativa dell’assessorato regionale all’Identità Veneta, per 1800 ore hanno tenuti impegnati nel doppiaggio più di 40 volontari della compagnia teatrale Astichello di Monticello Conte Otto (Vicenza).

«Sbaglia chi pensa che lo strumento comunicativo del futuro sia solo l’inglese – sottolinea il vice governatore del Veneto, il leghsita Franco Manzato – In realtà con questa iniziativadimostriamo che il Veneto ha piena legittimità a stare fiancodelle altre lingue. Per questo puntiamo a far sì che al più presto lo studio del dialetto entri nei programmi scolastici del Veneto».

«Ricordo le parole di mio padre Giorgio che ci ha insegnato arimanere legati alla tradizione, ma con lo sguardo a Manhattan. – ha detto da parte sua l’editore Thomas Panto, presentando il cartone animato nella sede di Antenna Tre – Ecco, l’acquisto dei diritti di una serie americana e la traduzione delle storie in veneto rappresenta il nostro modo di fare servizio pubblico, favorendo nei telespettatori la valorizzazione della nostra identità linguistica».

Fonte :  Il Gazzettino

TELEARENA E TELENUOVO SA SPETELI???  L’ANO DEL MAI??!!!

Polemiche su inaugurazione scuola in lingua veneta a Treviso

11 ottobre 2009 Nessun commento

Muraro inaugura la scuola in dialetto Donazzan: rovina l’immagine dei veneti
Conegliano, l’assessore all’Istruzione accusa il presidente leghista della Provincia di Treviso

Leonardo Muraro inaugura la scuola con un discorso in dialetto

CONEGLIANO (Treviso) — In principio furono campi e strade. Con, rispettivamente, il ministro Luca Zaia in piedi su un covone di fieno a Valeg gio sul Mincio ad ammansire in vernacolo un gruppo di agri coltori furibondi ed il sindaco Gian Paolo Gobbo ad inaugu rare nello stesso idioma la nuo va viabilità del complesso San t’Artemio a Treviso. Ma la passione leghista per il dia letto è solennemente esplosa anche nelle scuole: al taglio del nastro della nuova sede della Ragioneria di Coneglia no, costruita dalla Provincia, il presidente Leonardo Muraro ha tenuto rigorosamente in ve neto il discorso ufficiale davan ti ad oltre 1.100 studenti.

Un caso politico che aggiunge benzina al fuoco incrociato tra il Carroccio ed il Pdl: l’assesso re regionale all’Istruzione Ele na Donazzan accusa l’esponen te della Lega di essere «un pro vocatore che evidentemente non sa esprimersi in italiano». Chissà cosa ne avrebbe det to Marco Fanno, l’economista coneglianese a cui è dedicato l’istituto tecnico commerciale da 4,7 milioni di euro, un ebreo che a causa delle leggi razziali fu sospeso dall’inse gnamento per sette anni. «Noi dobbiamo tenere alle nostre ra dici », ha chiosato Muraro, nel tornare a battere sul tasto le ghista dell’identità, secondo il binomio «crocifissi in tutte le aule» e «appalti pubblici alle imprese locali». Questa, per la verità, è la traduzione in italia no delle parole del leader delle Province venete, che alla sua domanda d’esordio «Tosati, se parlo in diaeto me capì?», s’è sentito rispondere con un au tentico boato di assenso.

E allo ra giù con «atension ae pasti gliete, parché se pol divertirse anche sensa rovinarse l’esi­stensa », per sensibilizzare gli allievi al rischio degli stupefa centi, piuttosto che con «me despiase che l’aeronautica ga sbajà e semo qua incalcai co me sardee», per spiegare una situazione logistica non otti male a causa dell’errata previ sione meteorologica che ave va annunciato pioggia sulla ce rimonia inizialmente program mata all’aperto. Invece no, a tratti ha fatto ca polino anche un pallido sole, sull’appuntamento inaugura le. Ma fulmini e saette sono piovuti comunque, ancorché non dal cielo bensì dalla lagu na, mittente l’assessore Donaz zan. «Da amante del Veneto per parte paterna e del pie montese per parte materna – tuona la rappresentante del Po polo delle Libertà – dico che l’italiano è violentato quotidia namente dall’ignoranza di tan ti. Coloro che fanno propagan da elettorale strumentalizzan do il dialetto semplicemente non parlano bene la lingua na zionale ed allora, per evitare brutte figure, si lanciano in boutade mediatiche degne più di YouTube che di un contesto serio com’è la scuola, istituzio ne ancora più alta di un’espres sione geografico- territoriale qual è un’amministrazione provinciale. Come rappresen tante delle istituzioni, anche se orgogliosamente trevigia no, Muraro avrebbe dovuto parlare non in un buon, ma ad dirittura in un perfetto italia no. A questo punto mi viene il dubbio che il presidente non lo padroneggi così tanto da sentirsi sicuro di parlarlo in pubblico».

Dichiarazioni al vetriolo, a cui ha fatto però da contralta re l’entusiasmo con cui centi­naia di adolescenti hanno ap plaudito l’intervento in veneto del numero uno della Provin cia di Treviso. «Ma i giovani sono giustamente dei dissacra tori – ha commentato l’assesso re Donazzan – per cui non po tevano che accogliere con sim patia una tale uscita. Il proble ma è che ai nostri ragazzi dob­biamo insegnare il rispetto per le istituzioni. Un valore che si dimostra anche nell’uso appropriato della nostra lin gua nazionale. Per cui, ad esempio, altro che esami di dialetto: gli insegnanti andreb­bero sottoposti a test di italia no. E uno come Muraro do vrebbe scusarsi per l’immagi ne che i veneti danno in giro per l’Italia. Personalmente, an zi, lo ritengo responsabile del lo svilimento della mia dignità ».

Fonte : Corriere del Veneto

De’l “svilimento della mia dignità” l’è propio ela la responsabile, bastaria colegar n’atimo el zervelo prima de parlar e el problema l’era bel che a posto.
Par la Donazzan tuti i zoeni che i parla en lengoa veneta iè dei dissacratori e inveze quei che i parla in italian iè dei brai buteleti, gente par ben…sto chi l’è el mesagio che l’italia la g’ha inculcà ne la zuca dei veneti dai tempi de Vittorio Emanuele, pasando par el fasismo e par la republicheta de deso.
E ci che parla in “dialeto” l’è parchè no el conose mia l’italian la dise ela.
Le solite paroe che ghemo sentio zà no so quante olte, un disco roto ormai, i unici argomenti che i g’ha par sostegner le so tesi nazionaliste.
Ma si dai…la g’ha reson…cosa volio che sia 1100 ani de republica veneta in confronto a 150 ani de italia…
Ma un posto a Roma par sta chi ghelo mia? In qualche ente magari, cosita se la cavemo dale bale.
O magari calche parente in piemonte la dovaria averghelo…

Wikipedia : l’enciclopedia on line anche in lingua veneta

5 ottobre 2009 Nessun commento

Wikipedia, l’enciclopedia online anche in lingua veneta.
Già 8.367 le voci aggiornate. Presente anche la sezione «ciacòle» dove i commenti sono rigorosamente in dialetto

PADOVA — «Benvegnui su la Wikipedia en léngua vèneta!». Così recita la home page all’indirizzo www.vec.wikipedia.org. Ed è un «veneto 2.0» quello sbarcato sulle pagine della più famosa enciclopedia digitale online. La pagina principale, sorta nel 2005, si presenta del tutto simile a quella della «sorella maggiore» non fosse per quel «cerca», in basso a sinistra, che diventa «ser­ca », o quel link «una voce a ca­so », che si tramuta in un ironico «na paxèna a ocio». Le voci ag­giornate risultano essere, ad og­gi, 8.367 e la sezione «Ciàcole», dedicata allo sviluppo, è occupa­ta dai commenti dei collaborato­ri, rigorosamente in lingua vene­ta. Qualsiasi parola che compare nella pagina veneta di Wikipedia trova il suo corrispettivo e ogni link reca la pronuncia.

Lodovico Pizzati, professore di Economia all’università Ca’ Foscari di Venezia, è noto come uno dei primi scriventi e compi­­latori della Wikipedia in veneto: «Ciò non significa che io ne sia il fondatore ma solo uno dei primi ad interessarmene – spiega Pizza­ti – . Un fondatore vero e proprio non ci può essere, perchè uno strumento come Wikipedia muo­ve i primi passi grazie a una co­munità di riferimento che porta avanti il progetto e lo sviluppa. Semmai ci può essere un’idea co­mune di aggiornare con quante più voci si creda». E non è un ca­so che la spinta più grande alla community di cui anche Pizzati fa parte, l’abbia data il dibattito culturale sul riconoscimento le­gale della lingua veneta e la suc­cessiva proposta di inserirla tra le minoranze linguistiche tutela­te dallo Stato italiano.

Spiega Pizzati: «Il nostro non è dialetto, ma vera e propria lingua riconosciuta a livello internazionale con un codice -vec-. E Wikipedia ne potrebbe essere un simbolo, dato che le varie sfumature sono onnipresenti. Non ci sono parametri da rispettare poiché non esistono regole, tuttavia prendiamo come riferimento principale il padovano, il vicentino e il rovigotto». E in effetti le avvertenze, o meglio «avvertense », sono subito chiarite nelle prime righe della home page: «La léngua vèneta no la ga gnancóra na grafía e na lengua onefegà e mìa tuti i xe bòni a scrívar inte una de le tante che ghe xe».

Navigando tra le pagine, co­munque, si può notare subito co­me si cerchi, anche istintivamen­te, uno standard di scrittura e an­che se non esiste una grammati­ca comune si può garantire ugualmente una comprensibili­tà. Questa nota, probabilmente, contravviene ad alcuni principi cardine di Wikipedia, che fa in­tervenire immediatamente i let­tori in qualsiasi momento, qua­lora ciò che compare non è esat­to o anche solo parzialmente sbagliato. In questi casi si adot­ta, chiosa Pizzuti, un’elasticità maggiore: «Sia ben chiaro che non c’è nessuna “maestrina” che corregge in rosso e anche nel caso si rilevassero delle ine­sattezze si agirebbe solo in rela­zione ai contenuti e non alla grammatica vera e propria». Ai fatti, dunque. Proprio per que­sto lo studioso ammette di rite­nere più valida o comunque più affidabile la pratica di Wikipe­dia: «Disemo che se tuti i ghe mete le man, ghe più controlo e l’è superiore anca ala enciclope­dia Britanica».

Fonte : Corriere del Veneto

IDENTITA' VENETA – POPOLO VENETO – LINGUA VENETA

24 settembre 2009 Nessun commento

Ricevo e pubblico volentieri una lettera del sociologo Sabino Acquaviva

UN’IDENTITA’ E UN POPOLO VENETO

Ho letto con ritardo l’intervento del 6 maggio di Ugo Suman, il quale sostiene che la lingua veneta non esiste perché vi sono delle differenze fra una città e l’altra, e alla fine sembra pensare che non possiamo parlare neppure di una cultura e di un‘identità del popolo veneto. È come affermare che non esisteva un’identità greca perché i dialetti della Grecia antica erano simili ma non identici. Per fortuna quella che viene ricordata come la coinè, cioè l’unificazione dei vari dialetti, ha dato vita al greco antico e a una civiltà millenaria.
I vocabolari di greco antico che si usano a scuola sono la fotografia di questa convergenza di più dialetti in una lingua unitaria, e confesso che questa situazione era la mia disperazione quando studiavo e traducevo dal greco, perché molto spesso le parole avevano due o tre significati (e viceversa), diversi appunto perché provenienti, all’origine, da dialetti differenti. Per questa ragione uno stesso testo finiva per essere tradotto in maniera completamente diversa da studenti differenti.
Con il dominio romano l’identità culturale e linguistica si trasformò in un’unificazione politica che permise ad uno stato greco unitario di essere capace di durare altri mille anni, cioè fino alla conquista di Costantinopoli da parte dei turchi.
Ma per sostenere la tesi che non esiste un popolo veneto, Suman porta degli argomenti che se fossero validi condurrebbero alla conclusione che non esistono popoli con una loro identità. Ma per fortuna lui stesso osserva che “la storia può essere raccontata in tante maniere, ognuno ne coglie la parte che ritiene più adeguata alla sua verità o alla sua ‘supposta’ verità”. Ho sempre apprezzato e spesso ammirato la difesa di Suman del dialetto padovano, ma anche per questo non capisco il suo desiderio di rifiutare al popolo del Triveneto un’identità culturale, una parziale identità linguistica, una forte presenza nella società europea e mediterranea. 
Non so se i veneti si sono mai sentiti un popolo, ma credo che comunque lo fossero. Mi ricordano un po’ la vicenda dei rumeni che, quando nacque la Romania, dovettero scoprire la propria identità latina dopo aver trascorso secoli interi senza rendersi conto della propria origine e del significato dei secoli più lontani della loro storia. Inoltre, non so se gli abitanti delle campagne del Veneto erano più in miseria, come sembra ritenere Suman, di quelli della Catalogna, della Provenza, della Baviera, ecc., non so se avevano più o meno coscienza di essere un popolo, ma penso che oggi questa coscienza si faccia strada da molti punti dei vista. La costruzione dell’Europa unita, come tutti sanno, passa attraverso la riscoperta dell’identità delle culture regionali preesistenti all’emergere devastante dei nazionalismi dell’800 e del ‘900. In quei due secoli le culture di singole regioni divennero culture nazionali, e quindi andarono parzialmente distrutte o soffocate molte culture e lingue regionali come quelle basca, catalana, provenzale, veneta e via dicendo.
Ha ragione Suman, il popolo spesso viveva nella miseria, molte volte sfruttato, dimenticato, ma mi auguro che parli del popolo europeo, anzi dei popoli d’Europa, non soltanto di quello veneto. Oggi il popolo veneto, che prende coscienza della sua identità, come altri popoli europei lavora per costruire al proprio interno una coinè linguistica, e così partecipare alla costruzione dell’Europa dei popoli contro ogni nazionalismo, e ha diritto anche ad una sua lingua unitaria. Ricordo quel che mi diceva mio padre a proposito dei soldati italiani che occuparono la Dalmazia nel 1941: un suo amico veneto andò al ristorante chiedendo una forchetta, nessuno capiva l’italiano, nè sapeva cosa portare, ma quando chiese un piron il cameriere, che era un veneto-dalmata, comprese immediatamente. Tutti i presenti percepirono l’esistenza dell’unità linguistica dei veneti con i dalmati di allora. Certamente, il vicentino è diverso dal triestino, il veronese dallo zaratino che (con la guerra ridotto a poca cosa) ancora sopravvive, ma nell’essenziale sono eguali e sono espressione di una cultura e di un’identità che li unisce, e per questa ragione torno a chiedere che la lingua veneta venga insegnata a scuola. Non so se i vocabolari potranno tener conto delle differenze locali, se una coinè potrà riferirsi soprattutto al veneziano, sono però certo che anche questo lavoro di unificazione linguistica servirà a rafforzare l’identità di un popolo, di chi fece parte di una repubblica che è stata per secoli una grande potenza, di una letteratura che ha avuto in Ruzante e Goldoni due figure particolarmente significative, di una società che possiede caratteri che sono espressione della sua capacità industriale e commerciale, di un livello tecnologico ed economico che ha antiche radici nella storia ed è, anch’esso, parte dell’identità di quel popolo. Adoperiamoci per la nascita degli Stati Uniti d’Europa, ma ricordando che l’unificazione dei popoli del continente richiede anche l’indebolirsi delle identità nazionali e dei nazionalismi, che tanto sangue ci hanno obbligato a versare, e sono ancora un pesante ostacolo alla realizzazione del sogno di un’Europa unita nel nome dei popoli che la compongono.

DIALETTO E LINGUA VENETA.
Dunque, come risulta da una recente inchiesta dell’istituto di sondaggi “Panel Veneto,” l’80% dei veneti è contrario all’insegnamento del dialetto nella scuola, dato che, si legge, “non rappresenta un percorso di formazione primaria”. Anch’io, nonostante quanto ho detto e scritto su questo problema negli ultimi anni, risponderei negativamente a tale domanda. Insegnare il dialetto? Ma no, certamente! Infatti, che fare? Portare a scuola il padovano a Padova, il vicentino a Vicenza? Assurdo, ovviamente. Ma è a questo che può facilmente pensare ogni intervistato. Ogni abitante del Veneto, di fronte ad una domanda così formulata, pensa al “dialetto” parlato sottocasa. A cominciare da me, cui viene in mente il cosiddetto “portelato” di Padova, oppure il più raffinato dialetto parlato in centro.
Ma la lingua veneta è un’altra cosa, chiaramente. Il veneto è una lingua, la lingua di un’antica repubblica un tempo usata, in alcuni casi, per dei trattati internazionali (penso ai trattati in veneto fra russi e ottomani). Inoltre è stata per secoli una lingua internazionale nel Mediterraneo orientale, usata in ogni porto, che fu adoperata nella battaglia di Lissa per i dialoghi, e gli ordini, fra i comandanti della flotta austriaca, in gran parte ex veneziana, vincitrice, dopo la quale molti marinai gridarono viva San Marco, viva la repubblica (di Venezia, ovviamente), senza nominare l’imperatore d’Austria. La lingua veneta possiede anche una letteratura ed è (in parte diventerà) la sintesi di più dialetti. Ma anche il greco antico, lo ripeto spesso, è la sintesi di più dialetti, e il risultato positivo di tale sintesi è ben noto. 
Ma l’inchiesta della “Panel data” ci costringe a mettere il dito sulla piaga. Non possiamo né dobbiamo confondere le lingue regionali con i dialetti. In Italia esistono alcune lingue regionali che hanno una antica tradizione e sono l’espressione dell’identità di un popolo. Penso, ad esempio, al sardo, al friulano, al siciliano, al napoletano. Certamente, esistono anche i dialetti, che sono rite
nuti fra una ventina e oltre centocinquanta, a seconda dei criteri adottati per la loro distinzione. Ma le autentiche identità ragionali, in Italia come negli altri stati dell’Unione Europea, non sono molto numerose, anche se rappresentano, lo ho detto e scritto più volte, gli strumenti per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, che deve passare attraverso un indebolimento degli stati nazionali, perché questi l’Europa non la faranno mai. Purtroppo, il Veneto è soltanto all’inizio di un’evoluzione che deve portare alla riscoperta della sua identità con un processo analogo a quello che ha ridato al catalano, un tempo ridotto a dialetto, la dignità di una lingua. Ma la maggioranza dei veneti, l’80%, a quanto sembra, non ha preso coscienza del rapporto fra identità e lingua, né si rende conto del fatto, le risposte all’inchiesta lo confermano, che se una lingua non viene insegnata a scuola scompare insieme all’identità del suo popolo.
In conclusione, i risultati dell’inchiesta non ci devono sorprendere. Anzitutto perché nel Veneto la presa di coscienza della propria identità è molto inferiore a quella della Catalogna. In secondo luogo perché la domanda, così formulata, e non preparata (per l’intervistato) con un’analisi informativa e introduttiva al tema della lingua veneta, non poteva rispondere al problema che propongo in queste pagine. In conclusione, c’è una certa differenza fra dialetto e lingua regionale. E di quest’ultima dovremmo parlare. E naturalmente lottare per la sua sopravvivenza.

LA FESTA DELLE DUE REPUBBLICHE
Il 25 aprile? Il 1° maggio? Due feste di questa repubblica. Ma qualcuno ricorda la festa dell’altra repubblica, la festa di San Marco, appunto lo stesso 25 aprile? Pochi, in verità, perché l’unità d’Italia, gestita, nei primi decenni, con il pugno (allora) di ferro dei prefetti, provocò il collasso delle culture e delle identità regionali, che furono quasi dimenticate. Ma ora guardiamo al futuro, agli Stati Uniti d’Europa. Tuttavia, il futuro deve passare per il passato? Certamente, in quanto il riemergere delle identità regionali rafforza l’identità europea. Questo perché indebolisce le identità nazionali che tanto sangue e tante guerre sono costate al continente. Dunque, per costruire il futuro parliamo di culture e identità regionali. Ma nel Veneto che accade? L’identità si è offuscata. E’ diminuito il numero di quanti parlano la lingua veneta, la difendono, ne promuovono i principi ideali. Si sono perdute antiche tradizioni come appunto quella del 25 aprile, ormai celebrato come festa della repubblica (italiana).
Tutto vero, ma forse il 2008 è l’anno di una svolta che potrebbe diventare storica. La legge approvata dal consiglio regionale dichiara “Il veneto è storicamente la lingua del popolo veneto”. E’ dunque ufficiale, il veneto è lingua e può essere insegnato “facoltativamente” a scuola. E qui, purtroppo, un primo cedimento: perché facoltativamente? Avete mai visto la lingua di un popolo che, nel proprio paese, venga insegnata facoltativamente? Certamente, la legge è ambivalente per ragioni politiche e giuridiche obiettive. Ma, a questo punto, chiarito che si tratta della lingua di un popolo, questo popolo deve lottare per la propria lingua. Ma la legge offre altre prospettive positive: “la regione si impegna a favorirne e promuoverne” (del veneto)” l’insegnamento e l’apprendimento, l’informazione giornalistica e televisiva, la creazione artistica, l’edizione e la diffusione di libri e pubblicazioni, eccetera eccetera” Ma di tutto questo che cosa accade o è accaduto? Televisione? Radio? Giornali? Dove è l’uso del veneto?
Molto poco, in verità, è seguito alla promulgazione della legge. La lingua è parlata da tre milioni di persone nel Veneto, forse cinque nel Triveneto, in Istria e in Dalmazia. Non penso sarebbe difficile una politica triregionale di rilancio. Basterebbe andare in Catalogna e imparare.
Ma chi fa politica ha molti strumenti in mano che io, ad esempio, non possiedo: può introdurre fin d’ora negli asili, e nei primissimi anni di scuola, dei testi in veneto per i piccolissimi, curandone la diffusione gratuita, agire sulle radio e le televisioni locali offrendo dei contributi per le trasmissioni in lingua veneta. Operare in maniera analoga sui giornali, non dimenticando di influire sulle pubblicazioni, anche periodiche, ma più o meno pubblicitarie di interesse locale, diffondere dei piccoli manuali di storia della regione, promuovere la modifica dei testi scolastici adeguandoli alla storia reale d’Italia e del Veneto e non difendendo la diffusione di testi che raccontano il mai accaduto. Si contribuirebbe in questo mondo alla riscoperta da parte di coloro che sono nati nel Veneto o che vi abitano, della propria identità linguistica e culturale. Qualche cosa di simile, insomma, a quello che accade agli immigrati in America.
In conclusione, abbiamo una legge che potrebbe permettere di salvare una lingua, una cultura, le tradizioni della repubblica forse più antica del mondo. Una svolta storica, insomma. Cerchiamo, noi abitanti del Veneto, o del Triveneto, di non perdere questo appuntamento con la storia, proposto da una semplice legge regionale: sarebbe una vera tragedia per un popolo e la sua lingua 

Dialetto? Bisogna lottare per una lingua regionale

8 settembre 2009 Nessun commento

Dialetto? Bisogna lottare
per una lingua regionale
Domenica 6 Settembre 2009

Dunque, come risulta da una recente inchiesta dell’istituto di sondaggi “Panel Veneto,” l’80% dei veneti è contrario all’insegnamento del dialetto nella scuola, dato che, si legge, “non rappresenta un percorso di formazione primaria”. Anch’io, nonostante quanto ho detto e scritto su questo problema negli ultimi anni, risponderei negativamente a tale domanda. Insegnare il dialetto? Ma no, certamente! Infatti, che fare? Portare a scuola il padovano a Padova, il vicentino a Vicenza? Assurdo, ovviamente. Ma è a questo che può facilmente pensare ogni intervistato. Ogni abitante del Veneto, di fronte ad una domanda così formulata, pensa al “dialetto” parlato sottocasa. A cominciare da me, cui viene in mente il cosiddetto “portelato” di Padova, oppure il più raffinato dialetto parlato in centro.
Ma la lingua veneta è un’altra cosa, chiaramente. Il veneto è una lingua, la lingua di un’antica repubblica un tempo usata, in alcuni casi, per dei trattati internazionali (penso ai trattati in veneto fra russi e ottomani). Inoltre è stata per secoli una lingua internazionale nel Mediterraneo orientale, usata in ogni porto, che fu adoperata nella battaglia di Lissa per i dialoghi, e gli ordini, fra i comandanti della flotta austriaca, in gran parte ex veneziana, vincitrice, dopo la quale molti marinai gridarono viva San Marco, viva la repubblica (di Venezia, ovviamente), senza nominare l’imperatore d’Austria. La lingua veneta possiede anche una letteratura ed è (in parte diventerà) la sintesi di più dialetti. Ma anche il greco antico, lo ripeto spesso, è la sintesi di più dialetti, e il risultato positivo di tale sintesi è ben noto.
Ma l’inchiesta della “Panel data” ci costringe a mettere il dito sulla piaga. Non possiamo né dobbiamo confondere le lingue regionali con i dialetti. In Italia esistono alcune lingue regionali che hanno una antica tradizione e sono l’espressione dell’identità di un popolo. Penso, ad esempio, al sardo, al friulano, al siciliano, al napoletano. Certamente, esistono anche i dialetti, che sono ritenuti fra una ventina e oltre centocinquanta, a seconda dei criteri adottati per la loro distinzione. Ma le autentiche identità ragionali, in Italia come negli altri stati dell’Unione Europea, non sono molto numerose, anche se rappresentano, lo ho detto e scritto più volte, gli strumenti per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, che deve passare attraverso un indebolimento degli stati nazionali, perché questi l’Europa non la faranno mai. Purtroppo, il Veneto è soltanto all’inizio di un’evoluzione che deve portare alla riscoperta della sua identità con un processo analogo a quello che ha ridato al catalano, un tempo ridotto a dialetto, la dignità di una lingua. Ma la maggioranza dei veneti, l’80%, a quanto sembra, non ha preso coscienza del rapporto fra identità e lingua, né si rende conto del fatto, le risposte all’inchiesta lo confermano, che se una lingua non viene insegnata a scuola scompare insieme all’identità del suo popolo.
In conclusione, i risultati dell’inchiesta non ci devono sorprendere. Anzitutto perché nel Veneto la presa di coscienza della propria identità è molto inferiore a quella della Catalogna. In secondo luogo perché la domanda, così formulata, e non preparata (per l’intervistato) con un’analisi informativa e introduttiva al tema della lingua veneta, non poteva rispondere al problema che propongo in queste pagine. In conclusione, c’è una certa differenza fra dialetto e lingua regionale. E di quest’ultima dovremmo parlare. E naturalmente lottare per la sua sopravvivenza.

SABINO ACQUAVIVA

Fonte: Il Gazzettino

30000 persone alla Festa dei Veneti 2009

7 settembre 2009 Nessun commento

CITTADELLA. Città murata invasa dai veneti, 15 mila nella sola giornata di ieri, 30 mila nell’arco dei tre giorni della manifestazione. Tutti a rinverdire i fasti della Serenissima, rilanciando sull’inno veneto e sull’insegnamento della lingua nostrana nelle scuole.

Spazio anche per un nuovo fuoriprogramma: dopo la rottura del tanko di sabato, un paio di reclute sono finite ko: dovevano portare in alto il vessillo del serenissimo «leòn» ed invece un ventenne di Cavarzere e un sedicenne della Bassa padovana sono stati travolti da un colpo di calore. Il capitano li ha scusati: «Sono alle prime armi, non sono riusciti a sopportare il peso delle divise in panno». Per il resto, la festa è filata liscia: tempo ideale, famiglie e coppiette a spasso, e pazienza per il forfait del ministro Luca Zaia. C’è pure uno spazio dedicato al primo cartone animato con Raixe Venete, in onda da ottobre, ovvero «Clifford el can che parla in veneto». «Un’edizione – osserva il sindaco Massimo Bitonci – con una novità: quest’anno abbiamo diviso per zone le varie bancarelle, ognuna rappresenta una provincia ed esibisce i prodotti tipici». Poi, tutti sul palco, politici compresi; e qui scatta la par condicio, i veneti non ci stanno a diventare una succursale folkloristica della Lega, c’è anche Simonetta Rubinato, il combattivo sindaco del Pd di Roncade. Davide Guiotto, l’anima dell’organizzazione, rilancia sull’orgoglio: «I Veneti non poe pì spetare». L’assessore provinciale Leandro Comacchio ha il cavallo di battaglia dell’inno: «L’aria è di Vivaldi, le parole sono già scritte, anche da Guiotto». Bitonci ha quello del veneto nelle scuole: «Abbiamo sviluppato un progetto con la Provincia, la lingua veneta sarà una materia facoltativa nelle elementari e medie di Cittadella». Rubinato lancia una visione suggestiva: «L’identità veneta ci permette di capire chi siamo e dove possiamo andare. Il modello è la Venezia descritta dal Petrarca, una città aperta, che si apriva al mondo attraverso il mare».

Fonte : Il Mattino di Padova

I veneti sono bilingui ma non lo sanno

1 settembre 2009 Nessun commento

Gentile direttore, in Europa tutte le regioni che hanno difeso la propria identità hanno prosperato: Scozia, Fiandre, Galles, Catalogna, Galizia, ma anche Trentino Alto Adige, Valle D’Aosta, Friuli. Nelle regioni in cui si potenzia il sentimento di un’identità comune (attraverso l’uso della lingua soprattutto, ma anche favorendo e finanziando l’esistenza di media regionali (radio, TV, stampa) si incrementa la fiducia reciproca tra cittadini, si collabora, si lavora tutti assieme con degli obiettivi condivisi.

Il Veneto è un caso pressoché unico. Due terzi dei cittadini sono a tutti gli effetti bilingui, ma non lo sanno. Perché gli hanno detto che l’unica vera lingua è l’italiano, l’altra un dialetto, quindi di rango inferiore. Ma nessuno ha spiegato loro che il veneto non è un dialetto dell’italiano (nelle scuole questo purtroppo non lo spiegano). Si chiama dialetto nel senso di “lingua vernacolare”. Infatti il veneto si parlava e scriveva prima che l’italiano esistesse. L’italiano è in realtà toscano standardizzato. C’è di più: vi sono parole dell’inglese corrente come “artichoke” (carciofo), “arsenal” (arsenale), “ballot paper” (scheda elettorale), “casino” (casa da gioco), “gazette” (nome dato a quotidiani di tutto il mondo; da “gazeta”, il nome della moneta veneziana con cui si aquistava il foglio con le notizie del giorno) e molte altre ancora che arrivano direttamente dal veneto.

Molti veneti in un certo senso vivono nell’ignoranza più totale, anche quelli che hanno studiato. Si sente poi spesso dire: «Quale veneto?». Ci sono il trevigiano, il vicentino, il veneziano, eccetera. Quale si vorrebbe insegnare nelle scuole?

Anche qui c’è fare un po’ di chiarezza. Le lingue ufficiali nascono quando le si dichiara tali. È un atto meramente politico. Nel momento in cui lo si fa, si provvede a codificare una lingua standard (alfabeto, accenti, e così via, un linguista lo può spiegare meglio di me). Questa standardizzazione è necessaria perché di solito vi sono numerose varianti locali nell’uso di alcuni vocaboli o espressioni.

È così dappertutto: il gallese che si parla a Gwynedd non è lo stesso che si parla nel Glamorgan o a Cardiff.

Il catalano parlato a Girona è diverso da quello parlato a Terragona, a Vic o a Barcellona.

E nel veneto quello che a Venezia chiamano tozato è probabilmente un ceo a Treviso. È piuttosto frequente ascoltare politici e giornalisti veneti che affrontano la questione della lingua veneta (o dialetto veneto, se si preferisce, la sostanza non cambia) chiedendosi quale veneto si dovrebbe insegnare. A loro la domanda deve sembrare intelligente (è costume di politici e giornalisti ripetere cose che hanno ascoltato qui e là senza veramente capirne il senso, ma cercando comunque di dare l’impressione all’interlocutore che conoscono la materia in questione).

Ma non è una domanda intelligente. O meglio, la risposta è molto semplice: si insegnerebbe un veneto standard che rispetti le varianti locali.

Lettera a “Il Gazzettino” del 29 agosto 2009

Lorenzo Brusattin